ARCHIDONNE

Aggiornato il: apr 15


L'intervista a Fatima Costa



Nata e cresciuta a Palma di Montechiaro, piccolo paese della Sicilia meridionale, Fatima ha studiato al Politecnico di Torino e ha poi deciso di tornare nella sua terra di origine, per avviare lì la sua attività professionale. Sono entusiasta di aprire con lei questa nuova rubrica. Quest'estate ci siamo divertite a realizzare uno shooting nel cantiere della sua futura casa-studio. Fatima è una donna forte, ironica, travolgente, mai banale, determinata e perfezionista. Ama alla follia il suo lavoro e la sua famiglia dove, tra il marito e i 2 figli maschi, si trova in netta minoranza. Non si prende mai troppo sul serio e non si accontenta, sperimenta, è sempre alla ricerca di materiali nuovi e soluzioni mai adottate, ama la complessità e detesta la standardizzazione, ogni suo progetto è un mondo a sé e nella qualità dei dettagli c'è molta della forza dei suoi progetti.



Come e quando hai deciso di iscriverti alla facoltà di Architettura? È stata una scelta ragionata e meditata a lungo o non hai mai avuto dubbi sulla strada che volevi intraprendere?


A 18 anni devi scegliere cosa fare nella vita. Sono figlia di sarta e sognavo di fare la stilista, disegno, taglio e cucio dall'età di 4 anni. Ma parallelamente a questa passione ho sempre coltivato quella di "fare cose". Andavo dal falegname vicino casa e mi facevo regalare tutti i pezzi di legno di scarto. Ci facevo mobili per bambole o scatole, tavolini, poi li vendevo alle mie cugine, con i soldi veri.

Avevo pensato di fare l'architetto, ma un giorno lessi di questa nuova facoltà sperimentale, presente allora in 3 sole università in Italia: disegno industriale. Insegnavano a progettare gli oggetti, dal cucchiaio all'automobile. Non ho avuto alcun dubbio. Non fu facile entrare, 3.500 per 120 posti. Poi venne la laurea in Architettura, sempre al Politecnico di Torino.

La cosa bella è che non avevo un piano B, ero certa.



Come sono andati i primi anni da neo-laureata? Come mai hai deciso di tornare in Sicilia dopo gli studi a Torino?


Già mentre studiavo, lavoravo. Ho sempre lavorato. La scelta di tornare in Sicilia è stata ragionata. Ero la figlia che non sarebbe mai voluta tornare, mentre i miei fratelli non sarebbero mai voluti rimanere al Nord, e invece loro vivono ancora a Torino ed io sono tornata per amore. All'inizio non è stato facile e quando dicevo di voler fare interior design per ristoranti, tutti mi dicevano che non c'era mercato. Indovina com'è andata?


Si sono dovuti ricredere. Hai vinto la scommessa. Il tempo ti ha dato pienamente ragione, a costo di tanto lavoro, passione, determinazione e costanza.



Come vieni vista dalle maestranze e dalle varie tipologie di professionisti che gravitano intorno al mondo dell'architettura che quasi sempre sono uomini? Ti rispettano, ti temono, ti sottovalutano? Riscontri dei pregiudizi da questo punto di vista?


Contrariamente a quanto si possa immaginare, le donne in cantiere sono molto più temute e rispettate dell’uomo. C’è grande rispetto e rare volte ho riscontrato dei pregiudizi, e quelle rarissime volte, mi sono divertita molto a ribaltare la situazione.



Quanto l'essere donna influenza in modo positivo il tuo lavoro di architetto? In che modo la tua femminilità e la tua unicità come donna si esprimono in modo non stereotipato attraverso la tua professione e come si traducono nelle caratteristiche e qualità progettuali?


Non credo che il genere possa essere determinante. La differenza la fanno la passione, la dedizione e l’audacia.



Quanto il tuo ruolo di mamma condiziona il tuo ruolo di professionista? Come si affronta la fatica delle sfide quotidiane e delle contingenze da risolvere in famiglia, quando si è una libera professionista che deve rispettare scadenze e non deve essere da meno rispetto ai colleghi uomini?


Il mio ruolo di madre non ha mai condizionato la mia professione, di certo non è stato facile. La creatività aiuta moltissimo nell’educazione dei figli, sono abituata a pianificare, programmare, prevedere imprevisti e dirigere: praticamente una madre sempre.



Cos'è la Bellezza in architettura per te, come la costruisci?


La bellezze è armonia, è un gesto gentile, una citazione, l’incontro tra opposti. Per me la bellezza è molto più di qualcosa che riguarda solo la vista, ma deve coinvolgere tutti i sensi e dare all’animo una sensazione di pace.



Dove cerchi l'ispirazione iniziale, per riempire il foglio-spazio bianco? Come fai ad immaginare qualcosa che non c’è?


Parto sempre da un’intuizione, una sensazione, qualcosa che io vorrei. In mancanza di questi stimoli parto dalla storia del luogo, e da li cerco l’ispirazione.



Credi che il tuo contributo alla società, in qualità di architetto, sia puramente estetico o che tu possa veicolare qualcosa di più grazie ai tuoi progetti?


I miei progetti mirano sempre ad evocare sensazioni forti nelle persone, la valenza estetica è solo la parte più superficiale, la cosa più divertente sono le stratificazioni di significati, storia, cultura e citazioni, si tratta di neuroarchitettonica e di design experience.



Come conciliare la personale cifra stilistica con le esigenze del cliente non addetto ai lavori, quanti compromessi bisogna accettare?


In realtà non si tratta mai di compromessi, ma di interpretare i bisogni del cliente e dargli molto di più di quello che lui immagina di avere bisogno.



In questo lavoro occorre tanta pazienza, quando si apre un cantiere il risultato finale è molto lontano, bisogna avere la capacità di adattarsi agli imprevisti ed essere disposti ad apportare cambiamenti e modifiche in corso d'opera, ma immagino che ci sia un certo legame e un'affezione particolare per il progetto che si era pensato inizialmente ed è difficile discostarsene. Come risolvi questo aspetto?


Difficilmente ci sono cambiamenti tali da stravolgere un progetto. L’evoluzione e l’adattamento fanno parte del processo di realizzazione, ma la progettazione non è improvvisazione. La parte più bella ed emozionante del progetto è proprio il processo che porta da un’idea alla sua realizzazione, quando il progetto è finito, finisce tutto.



Che importanza hanno i social per il tuo lavoro? Che uso ne fai? Oggi si potrebbe lavorare senza?


Sono una persona molto riservata, mi piace condividere una piccolissima parte di ciò che faccio sui social, non ne faccio un uso eccessivo. Inoltre occorre molta concentrazione quando si è a lavoro ed è difficile mettersi a fare foto e video mentre si sta discutendo con le maestranze o si sta controllando un progetto.



Se ce l'hai, qual è il tuo progetto-manifesto?


È come chiedere ad una madre qual è il proprio figlio preferito!



Se anche tu sei una libera professionista che lavora nel mondo dell'architettura e dell'interior design e vuoi partecipare al progetto ARCHIDONNE puoi contattarmi all'indirizzo martadavenia@gmail.com



Se invece sei alla ricerca di un fotografo per la realizzazione di ritratti professionali per il tuo sito web e i tuoi canali social puoi scrivere a martadavenia@gmail.com o compilare la richiesta di informazioni nella pagina Contatti del mio sito.



Se sei curiosa di vedere i progetti di Fatima Costa, puoi visitare i suoi profili social su Instagram e Facebook. Il suo sito web sta per arrivare!



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