ARCHIDONNE

Aggiornamento: nov 12


La sesta intervista fotografica del progetto Archidonne è dedicata a Nicoletta Carbotti, architetto di origini pugliesi, trapiantata a Torino.


L'intervista a Nicoletta Carbotti



Architetto, interior designer, blogger e come si definisce lei stessa, nella sua bio su Instagram, "dreamer", sognatrice. Nicoletta Carbotti ama camminare nella polvere del cantiere, seguendo da vicino i suoi progetti che crescono giorno per giorno e da disegno diventano realtà.

Prima di coinvolgere Nicoletta nel mio progetto, l'ho seguita per un po' di mesi sul suo profilo Instagram, dovevo vedere e capire come raccontasse sé stessa agli altri e come parlasse del suo lavoro. Nel suo caso, oltre ad una scrittura piacevole ed interessante, mi hanno incuriosito le innumerevoli foto di soffitti e pavimenti dei suoi cantieri, come a ribadire l'importanza dell'inizio e della fine, del terreno su cui poggiamo i piedi e dell'orizzonte verso cui volgiamo lo sguardo...e poi il suo amore per la luce e per l'imperfezione, dell'architettura come della vita.


Fattore Q è il nome del suo studio e La Nico C. quello del suo blog, in cui "racconta la vita da architetto, suggerisce come trasformare la propria casa e propone soluzioni facili per problemi difficili".



Ho incontrato Nicoletta nella sua splendida casa e nel suo studio a Torino, città dove si è trasferita quando ha iniziato a frequentare l'Università, abbandonando la sua bella Puglia.

Una casa che rispecchia in pieno la sua personalità, luminosa e accogliente, e con tante sfumature diverse che giungono a "imperfetta" armonia ed equilibrio.

Che sia una professionista di talento non vi è dubbio, ma ciò che ho apprezzato di più nel conoscerla è stata la sua gentilezza autentica, la sua passione ed il suo entusiasmo. Grazie Nicoletta!


Tutte le foto che trovate nell'intervista sono state scattate a casa sua e nel suo studio.



Com'è nata la tua passione per l'architettura? Quando ti è stato chiaro che avresti intrapreso questa strada nella tua vita?




Certamente l’ho deciso che ero adolescente. Credo però di averlo capito prima, non scherzo se dico che da bambina mi affascinavano cose insolite come la costruzione di un muro o di un marciapiede. Si sa che gli architetti hanno un po’ di follia dentro, no?



Fattore Q – Fabbrica è il nome del tuo studio di architettura. Come nasce l'idea di questo nome?


Il fattoreQ è un fattore matematico utilizzato nella misurazione della pedalata della bici. Strano come l’uomo abbia parametri per ogni cosa. L’unico parametro che non troviamo, che non esiste, è quello che possa raccontare della crescita personale e professionale delle persone. E allora parafrasando un “hai voluto la bicicletta e adesso pedala” ecco che il fattore della pedalata può tornare utile a raccontare un mood: pedalare forte, e anche in salita, quando serve!


Mi ha particolarmente incuriosito la tua idea di imperfezione applicata all'architettura. Come traduci questo aspetto nelle case che progetti?


Soprattutto nelle case d’epoca il tema dell’imperfezione per me è fondamentale. Quando una casa conserva parti originali spesso queste non si presentano “come nuove” e mai potranno tornare “come nuove”. La patina che possiedono gli elementi originali, la mancanza che mettono in luce, la presenza evidente dei segni del tempo sono tutti elementi che spesso fanno preferire, durante un acquisto, una casa ad un’altra. Si tratta di peculiarità da preservare e da accogliere come valore aggiunto durante una ristrutturazione. La perfezione del resto non esiste e a volte è controproducente per la buona riuscita di un progetto, in modo particolare quando annulla l’unicità e l’identità di un luogo.



Dal tuo profilo Instagram si evince che sei una “donna da cantiere”. Cosa significa per te seguire passo passo un cantiere dall'inizio alla fine? Potresti farne a meno?


Una cosa è certa non potrei mai farne a meno. Il cantiere è il luogo in cui il progetto si concretizza e per questo è un luogo poetico. Chi lo frequenta lo sa. È il posto del fare, in cui avvengono le cose. Rappresenta senza dubbio la sede dell’incontro tra la creatività e la realtà. Che te ne pare, non è una descrizione che fa venire voglia di andarci?



Credi che in qualche modo la tua terra d'origine, la Puglia, dove hai vissuto fino ai 18 anni, abbia influenzato e influenzi tutt'ora il tuo modo di concepire e progettare lo spazio?


Nella progettazione spesso inseguo la luce. Ho pensato questo nel rispondere alla tua domanda: il mio liceo a Taranto affacciava direttamente sul mare, un imprinting così forte non si può dimenticare. L’educazione ad una luce così potente ti porta a desiderarla dentro ad una casa e ad immaginarla fluire dalle finestre fino a raggiungere anche gli angoli più remoti.


In che modo la tua femminilità e il tuo essere donna si traducono nelle caratteristiche e qualità progettuali?


Unicamente nel tentativo di ascolto e nell’esercizio dell’empatia credo. Il tentativo è sempre quello di realizzare una casa cucita addosso ad un cliente. Non impongo una visione, piuttosto cerco di costruirla di concerto con chi ho davanti a me.



Come vieni vista dalle maestranze e dalle varie tipologie di professionisti che gravitano intorno al mondo dell'architettura che quasi sempre sono uomini? Ti rispettano, ti temono, ti sottovalutano? Riscontri dei pregiudizi da questo punto di vista?


Se conosco le maestranze presenti in cantiere generalmente c’è rispetto reciproco. Quando invece incontro un’impresa per la prima volta trascorro la prima decina di giorni a “dimostrare” cosa so fare. Spesso l’atteggiamento delle maestranze è di dubbio: una donna cosa capirà di impianti? Sorrido e vado avanti. Quasi sempre, trascorsa la prima settimana, l’ordine è ripristinato e posso fare la direzione lavori nel pieno della collaborazione di tutti. Ho imparato una cosa: la gentilezza è rivoluzionaria.



Cos'è la Bellezza in architettura per te, come la costruisci?


Lo dico spesso: per me la bellezza è innanzitutto equilibrio. Un equilibrio tra perfetto e imperfetto, o tra storico e contemporaneo per esempio. La giusta misura delle cose, come nelle case, restituisce bellezza secondo me. Mi rendo conto che parlare di imperfezione ad un cliente possa sembrare un fatto piuttosto bizzarro, ma ritengo che se le case devono assomigliarci allora debbano contenere una certa dose di anomalia.


Nicoletta all'ingresso del suo studio


Dove cerchi l'ispirazione iniziale, per riempire il foglio-spazio bianco? Come si fa ad immaginare qualcosa che non c’è?


Spesso è il sopralluogo a far accendere la lampadina. Lavorando soprattutto nella ristrutturazione mi trovo di fronte a materia esistente e tangibile. Muoversi all’interno di una casa prima della ristrutturazione suggerisce sempre un nuovo progetto, un’idea di cambiamento, un guizzo di trasformazione.



Credi che il tuo contributo alla società, in qualità di architetto, sia puramente estetico o che tu possa veicolare qualcosa di più grazie ai tuoi progetti?


Spero, al di là dell’estetica, che probabilmente è l’aspetto maggiormente visibile, di riuscire a restituire un luogo in cui lo stare a casa sia anche sentirsi a casa. Dico questo perché secondo me le due cose non sono sempre coincidenti.



Quali sono le sfide che ogni nuovo progetto implica? Quanto sperimenti fuori dalla tua comfort zone e quanto invece rimani fedele alla tua cifra stilistica, ripetendo elementi già sperimentati e collaudati? 50 e 50 o una delle due componenti vince a favore dell'altra?


Sperimenterei sempre se potessi: cerco sempre di capire che linguaggio parla la casa in cui mi trovo e che vestito potrei proporle per non snaturarla. Purtroppo non posso farlo sempre, perché il cliente pone delle richieste specifiche o perché tra i miei lavori ha visto qualcosa che vorrebbe replicare. Questo lavoro è fatto inevitabilmente di compromessi.



Dimmi 3 parole chiave che identificano il tuo modo di progettare le case, quelle componenti fondamentali che secondo te non possono mancare in un progetto d'interni?


Scelgo tre parole come manifesto: sogno, trasformazione, consapevolezza.

Sogno perché tutto parte sempre da un’idea, da un desiderio;

Trasformazione perché per un cliente rivolgersi ad un architetto per progettare una nuova abitazione non può voler dire replicare la propria casa attuale come per l’architetto non può voler dire riproporre un progetto altrui.

Consapevolezza perché sia dalla parte dell’architetto che da quella del cliente occorre avere contezza della complessità di un processo ideativo e del tempo che richiede.


Nicoletta nel suo studio



Nicoletta nel suo studio


Trovo molto interessante il modo in cui hai deciso di suddividere gli spazi della tua casa, destinando la maggior parte dei mq alla zona giorno con cucina e salotto e limitando al minimo la zona notte. Come mai questa scelta?


Lorenzo, il mio compagno, ed io, desideravamo uno spazio fluido e luminoso, per gli amici certo, ma soprattutto per noi stessi. Uno spazio adatto alla convivialità che ci restituisse ampio respiro.

Per noi le camere sono invece come nidi e come tali li abbiamo trattati portandoli agli standard minimi e arredandoli in modo leggero.



Come vivi la tua casa da architetto? E' un continuo work in progress o ha raggiunto un punto di equilibrio da cui non si torna indietro e non si va avanti?


Si cambia sempre e che bello farlo. Come scrivevo qualche domanda fa, se noi cambiamo, la casa dovrà continuare ad assomigliarci e cambierà con noi. Per questo ogni tanto ne modifichiamo una parte o sostituiamo qualcosa.

In questo momento sto pensando alla trasformazione di una delle camere, sarà una vera e propria wunderkammer.



Che consiglio daresti ad una giovane architetta che si affaccia oggi al mondo del lavoro?