ARCHIDONNE


La settima intervista fotografica del progetto Archidonne è dedicata a Bianca Calzolari, giovane e talentuosa architetta che vive e lavora tra Milano e Bologna.


L'intervista a Bianca Calzolari



Classe 1990, nata e cresciuta a Bologna, Bianca si laurea in Architettura a Ferrara e, dopo avere fatto diverse esperienze professionali in alcuni studi di architettura tra Milano, Bologna e l'Olanda decide di fare il grande passo e iniziare a lavorare da sola.


Nonostante la sua giovane età, Bianca ha le idee molto chiare e uno stile definito e riconoscibile. Apprezzo particolarmente la sua cura per i dettagli e le soluzioni originali che adotta sia a livello architettonico che di arredo. Non ha paura di osare, perché lo fa con molta consapevolezza.

Mi diverto a seguirla sul suo profilo Instagram perché, senza parlare "architettese", scrive di architettura in modo chiaro e concreto, svelandoci i retroscena della sua professione, le problematiche da affrontare e come risolverle.

Fin da subito mi ha colpito la rappresentazione grafica dei suoi progetti. Bianca non fa ricorso a render tridimensionali super realistici, il suo racconto per immagini degli interni è delicato e poetico, concettuale ed elegante, ma rende perfettamente l'idea di un progetto e lo sviluppo di un ambiente.


Ho incontrato Bianca in due occasioni: la prima volta ci siamo divertite a scattare girando per Città Studi, il quartiere di Milano dove abita. Più di recente, invece, è stato un cantiere di un progetto a cui sta lavorando a trasformarsi in location per il nostro shooting e così un sabato mattina, approfittando del fermo dei lavori, l'ho fotografata tra mattoni e polvere, sacchi di cemento, carriole e betoniere, in un contesto che le è assolutamente familiare, dove giorno per giorno il suo progetto dalla carta passa alla realtà.



Com'è nata la tua passione per l'architettura? Quando ti è stato chiaro che avresti intrapreso questa strada nella tua vita?





Presto, ho deciso che sarebbe stata la mia strada già alle scuole medie. Ma se ti devo dire che oggi sono quella che mi immaginavo di essere, proprio no. La mia passione per l’architettura è nata presto, poi è cambiata completamente durante il liceo, virando al mondo dell’arte e degli allestimenti, per poi prendere la deriva dell’urbanistica e poi ancora del paesaggio all’università. Insomma, una passione tutto meno che lineare, che oggi è approdata al mondo dell’architettura di interni. Tra l’altro proprio l’architettura di interni è l’unico “ramo“ che non avevo mai studiato sui libri, ma che ho intrapreso direttamente lavorando sul campo. Uno bravo diceva che l’architetto deve saper progettare dal cucchiaio alla città, credo di averlo preso in parola.



Come hai preso la decisione di metterti in proprio, è stato un salto nel vuoto, hai rischiato o eri pienamente consapevole di quello che stavi per fare?


È stato un insieme di cose. I giovani architetti che lavorano in studio sono costretti da sempre a scendere ad un ingiusto compromesso: lavorare come il più dedito dei dipendenti con un regime fiscale da libero professionista. E dire che io nel mio studio stavo proprio bene. Lavorando in quella realtà ho imparato un mestiere, il titolare è sempre stato generoso soprattutto in termini di condivisione di conoscenza e di rete di contatti, che è quanto di più prezioso ci sia in ambito lavorativo. Ho sempre vissuto questo compromesso come un accettabile fastidio, e poi c’è stata la pandemia. Lavorare da casa, avere più libertà nel gestire le cose come dicevo io, mi ha fatto aprire gli occhi e mi ha fatto capire che era l’ora di camminare sulle mie gambe, godendo finalmente anche dei lati positivi della libera professione. È stato una scelta presa con l’energia di un’esperienza positiva alle spalle, e studiando molto bene gli elementi che in un lavoro da freelance non possono mancare, come giusta comunicazione, obbiettivi economici sostenibili…non volevo trovarmi ad essere meno libera e più ansiosa di prima. Ho calcolato bene la traiettoria e poi sono saltata nel vuoto.


Quando ti presenti, sul tuo sito, parli della tua predilezione per le “case saporose” e i “materiali sinceri”. Cosa intendi?


Le case che raccontano una storia attraverso la loro atmosfera: quelle dove trovi un vecchio parquet a spina di pesce, lo scarabocchio di un manovale di 50 anni prima che segna le misure, le case popolari dei centri storici tutte dislivelli e finestrelle.

Quando mi viene affidato un incarico cerco sempre di trasmettere il concetto che il passare del tempo è un valore, e i materiali sui quali il tempo è passato, hanno un valore. Se i materiali sono troppo rovinati per essere restaurati, il valore lo puoi portare tu montando nuovi materiali sinceri. Le marmette che riempiono le case degli anni 20 e 30 a Milano sono indistruttibili, e se in una zona sono più opache delle altre, è perché in 90 anni ci hanno camminato tante persone, e quelle marmette ti stanno raccontando una storia. Allo stesso modo, se oggi facciamo posare un parquet, non dobbiamo avere paura dei segni del tempo perché saranno proprio quelli a dargli ancora più sapore. Per me un materiale sincero è un materiale che non ha paura del tempo, autentico, che non ha bisogno di imitarne altri. Il gres porcellanato effetto marmo non avrà mai la tridimensionalità del marmo vero, allora se vogliamo escludere il marmo dal nostro progetto perché lo troviamo poco funzionale, perché non indagare il meraviglioso mondo del gres porcellanato che sembra proprio gres porcellanato? Grazie alla tecnologia siamo in grado di stampare colori e geometrie molto interessanti a prezzi contenuti, non c’è nessun bisogno di posare gres effetto qualcosa... poche cose sono più fastidiose che mettere il piede su un pavimento freddo che cerca di scimmiottare (male) un materiale caldo. In architettura di interni, dove l’occhio non arriva, arriva il piede scalzo.


Penso che le case ricche di sapore siano questo, sono luoghi dove non c’è inganno e il difetto diventa occasione, parte della storia di chi lo abita. È logico che questo discorso sia poi da declinare caso per caso, perché anche la necessità dell’abitante diventa un’occasione.




Qual è la parte del progetto che ti entusiasma di più?




La mia preferita è sicuramente la prima, quando il cliente mi porta a vedere la casa e mi racconta le sue idee. È la fase in cui il lavoro è ancora vergine e posso immaginare tanto, spingendo la fantasia. Addirittura durante i periodi più pesanti, mi diverto a vagare sui siti di agenzie immobiliari trovando belle case, e mi metto a riprogettarle. E poi è un esercizio utile perché allena l’occhio e la mente e mi serve per riaccendere l’entusiasmo.



In che modo si costruisce una propria cifra stilistica come architetto? Pensi che sia giusto essere riconoscibile o preferisci sperimentare sempre qualcosa di nuovo nei tuoi progetti?


La cifra stilistica secondo me si costruisce partendo da noi stessi, avendo molto ben chiaro qual è il nostro modo di vedere le cose. Questo non significa sapere già che cosa ci piace e che cosa no, anche perché è raro trovarsi d’accordo su tutto con il cliente, ma significa avere chiaro l’obiettivo. Ti faccio un esempio con due progetti a me molto cari: casa di ringhiera (che ben conosci) e casa in cirenaica. Sono due progetti apparentemente molto diversi, ma sono entrambe case dove i problemi sono stati risolti con fantasia più che con denaro, due case dopotutto spartane dove non c’è tanto più del necessario. Sono abitazioni semplici e minimali in termini di funzioni, ma esprimono molto bene i gusti e i desideri dei due rispettivi clienti, esteticamente infatti non sono minimali per niente.

Penso che sia giusto avere un’impostazione riconoscibile, ma in termini estetici sperimentare il più possibile.


Trovo che il tuo modo di rappresentare i progetti, senza ricorrere a render tridimensionali super realistici, sia molto originale, le tue grafiche sono eleganti, minimal, evocative e allo stesso tempo rendano perfettamente l'idea e il mood del progetto. Come nasce questo modo di “graficizzare” l'architettura”?


Anche in questo caso nasce un po’ da una necessità e un po’ da una voglia di sperimentare seguendo ciò che mi piace. Io penso che fare un render efficace sia davvero difficile: richiede tanto tempo, pazienza, perizia, conoscenza dei programmi. Forse esagero, ma mi capita davvero di rado di vedere dei render che mi suggestionano, e solitamente chi li ha realizzati alle spalle ha anni di esperienza, che io non ho né tempo né desiderio di mettere insieme.

D’altro lato mi appassiona tantissimo il mondo della grafica pubblicitaria, anche all’università mi piaceva di più disegnare stilizzando ciò che vedevo, che non riproducendolo dal vero. Quindi, visto che il cliente ti affida il progetto della sua casa anche perché fa fatica a visualizzare lo spazio, ho dovuto trovare il modo di mettere su carta ciò che avevo in testa. Di fatto ho unito ciò che mi piace e mi viene bene, senza perdere tempo a imparare cose difficili che mi interessavano poco. E vedo che funziona.


Come vieni vista dalle maestranze e dalle varie tipologie di professionisti che gravitano intorno al mondo dell'architettura che quasi sempre sono uomini? Ti rispettano, ti temono, ti sottovalutano? Riscontri dei pregiudizi da questo punto di vista? Riscontri dei pregiudizi anche per la tua giovane età?


Sono stata fortunata, la cosa più grave che mi è successa in cantiere è stata la classica domanda: “signora o signorina”, alla quale ho risposto con un tagliente: “se ama le formalità mi può chiamare architetto, altrimenti Bianca va benissimo”.

Fino ad oggi le persone che hanno lavorato con me sono sempre state molto rispettose, però se ti devo dire che le cose andrebbero nello stesso modo se fossi un uomo di 50 anni, mentirei. Oltre a essere una donna giovane, sono una persona con la quale si entra in confidenza molto facilmente, questa accorcia moltissimo le distanze professionali. È un bene quando si va tutti d’accordo, perché trovi sempre una mano tesa. Ma è vero anche, che quando devi contestare un lavoro, lo sforzo necessario è doppio. Ricordo che nello studio dove lavoravo, per quanto tra il titolare (uomo 50 enne) e le maestranze ci fosse molta confidenza, quello che lui diceva si faceva e basta, anche se gli operai non erano d’accordo. Ecco per me non è esattamente così, ma ci sto lavorando….


Cos'è la Bellezza in architettura per te, come la costruisci?


La costruisco partendo dal contesto: cosa c’è di buono da tenere? Che storia ha quest’edificio? Metto insieme tutti questi elementi che sono la base di partenza e poi mi chiedo chi è il cliente, che cosa si aspetta da me. Come posso costruire un nuovo pezzetto di storia della casa che si aggiunga alla storia precedente, o che la superi con coraggio?

La Bellezza in architettura è un concetto che ha confini molto labili, e spesso non va apprezzata solo con gli occhi. Pensiamo alle grandi architetture di inizio secolo, quelle che per prime hanno posto l’essere umano al centro della progettazione. Oggi tanti le trovano brutte, e a volte posso pure essere d’accordo, ma è innegabile la bellezza dello spazio sfruttato con equilibrio, dove l’abitare è un gesto fluido e confortevole. Nel mio piccolo cerco di fare questo.



Dove cerchi l'ispirazione iniziale, per riempire il foglio-spazio bianco? Come si fa ad immaginare qualcosa che non c’è?


Parto dall’esperienza, dalle suggestioni che mi dà la casa, e da quello che bisogna farci dentro. Sarà una casa di vacanza? Una casa dove gli abitanti lavoreranno? E poi piano piano costruisco le piante, le ricombino, le rigiro fino a che ogni angolo della carta non ha un senso.

Una casa ben progettata per me non è una casa piena di oggetti, ma una casa dove ogni angolo viene in qualche modo vissuto anche se non c’è nessun arredo.


Come conciliare la personale cifra stilistica con le esigenze del cliente non addetto ai lavori, quanti compromessi bisogna accettare?


È davvero raro trovare il cliente che ti dice che hai carta bianca, e in realtà spesso il suo apporto, dona molto valore al progetto. D’altro lato credo anche che noi architetti ci lamentiamo di questo un po’ troppo spesso. Ci sono molti studi dove vedi un filo comune a tutti i progetti. Il motivo non è che inspiegabilmente i loro clienti non hanno idee proprie, ma che lo studio è efficace in termini di comunicazione.


Più siamo brave a far capire al cliente la nostra cifra stilistica, più verremo cercate per il nostro stile. È una delle cose difficili della libera professione, devi saper fare tante cose che nessuno ti ha mai insegnato, tra cui essere una brava comunicatrice. Altrimenti le persone ti cercheranno perché sei abilitata a depositare pratiche in comune, e non per il valore effettivo che puoi portare.



Dimmi 3 parole chiave che identificano il tuo modo di progettare le case, quelle componenti fondamentali che secondo te non possono mancare in un progetto d'interni.


Ironia, osservazione del contesto e equilibrio tra desideri e risorse.


Essere libere professioniste da un lato concede libertà e autonomia, ma dall'altro, soprattutto quando non si lavora in team, implica più responsabilità e l'onere di tante decisioni da prendere da sola, come vivi questo aspetto? Ti pesa o è una sfida che ti appassiona?


Credo che lavorare in proprio sia una grande occasione per confrontarci con noi stesse, perché ci costringe ad avere chiari gli obbiettivi, da quelli a lungo termine a quelli quotidiani. Per rimanere a galla devi allenare i muscoli dell’organizzazione, devi saper mantenere la calma, sforzarti di trovare soluzioni e cosa più importante devi imparare a essere esigente ma anche indulgente con te stessa. Una gran fatica.


Ma ad ogni piccolo risultato corrisponde una dose di autostima. Questo è importante per tutti, ma soprattutto per noi donne. In ambito lavorativo le donne sono sempre state abituate a chiedere di meno degli uomini, e a celebrare troppo poco i propri successi. Beh, quando lavori da sola non c’è proprio nessun altro che è responsabile di quei successi come di quegli errori.



In questo lavoro occorre tanta pazienza, quando si apre un cantiere il risultato finale è molto lontano, bisogna avere la capacità di adattarsi agli imprevisti ed essere disposti ad apportare cambiamenti e modifiche in corso d'opera, ma immagino che ci sia un'affezione particolare per il progetto che si era pensato inizialmente ed è difficile discostarsene. Come risolvi questo aspetto?

Non lo risolvo, lo ridimensiono. A mio personalissimo avviso un progetto sulla carta vale molto poco. Se non ha un riscontro con la realtà rimane una bella cosa un po’ inutile. Dopo la prima fase, che è oggettivamente la più divertente, arriva il momento di tornare sulla terra e far tornare i metri quadri, il budget, i tempi.


Il progetto a quel punto si rimodella e bisogna essere capaci di rimettere tutto in discussione trovando la via più elegante per uscire dal corto circuito. Torno all’ esempio delle grandi architetture: esistono moltissimi progetti magnifici usciti dalla penna dei più grandi maestri, che sono dei totali fallimenti. Solo quando un edificio vive